Violenza minorile: repressione o tutela?

19
Jan

Violenza minorile: repressione o tutela?

Quando la repressione prende il posto della tutela.

Ancora una volta la destra al governo pensa di affrontare la violenza minorile e il disagio giovanile ricorrendo alla scorciatoia dei decreti sicurezza.

In queste settimane è infatti in discussione un nuovo intervento normativo, che mira ad ampliare ulteriormente le misure già introdotte con il cosiddetto decreto Caivano, estendendole anche a condotte non particolarmente gravi e coinvolgendo minori non imputabili.

Si tratta di una scelta profondamente sbagliata, sul piano giuridico, sociale e culturale.
Le norme sulla non imputabilità dei minori di 14 anni non sono un vuoto da colmare né una debolezza dello Stato. Sono il frutto di una precisa scelta di civiltà: il legislatore ha sempre ritenuto che un bambino di 12 o 13 anni non possieda la maturità emotiva e cognitiva necessaria per rispondere penalmente delle proprie azioni, e che dunque debba essere tutelato, educato, accompagnato. Non controllato, intimidito o inserito precocemente in circuiti repressivi.

Il meccanismo dell’ammonimento rappresenta il cuore di questa deriva.

Un minore di appena 12 anni viene formalmente sentito sui fatti, in una procedura che, pur definita amministrativa, assume i contorni di un vero e proprio interrogatorio. Gli viene imposto un richiamo ufficiale a non reiterare determinate condotte, senza che vi sia, nella maggior parte dei casi, un reale percorso educativo o terapeutico strutturato.
Se il minore non rispetta l’ammonimento, le conseguenze non sono neutre.

Il ragazzo entra in un circuito di controllo istituzionale che coinvolge servizi sociali e Tribunale per i minorenni. Un percorso che può spingersi fino a misure fortemente invasive: limitazioni o sospensioni della responsabilità genitoriale, fino all’allontanamento del minore dalla propria famiglia.
Il paradosso è evidente: si interviene sulla famiglia invece di curare il disagio del bambino.

Le conseguenze delle condotte violente vengono ribaltate sui genitori, spesso già fragili e privi di supporti, mentre il minore viene etichettato precocemente come soggetto problematico, sorvegliato, “a rischio”. Un marchio che rischia di accompagnarlo nel suo percorso di crescita, aggravando proprio quel malessere che si vorrebbe prevenire.
Tutto questo avviene senza una reale valutazione dei danni psicologici ed educativi che simili procedure producono su un bambino di 12 anni.
Essere sentiti non significa essere tutelati.
Essere ammoniti non significa essere compresi.
Il principio del superiore interesse del minore, cardine del diritto minorile e delle convenzioni internazionali, viene sacrificato in nome di una visione securitaria che confonde prevenzione e repressione.
È sbagliato tutto.
È sbagliato pensare che la violenza dei minori si possa prevenire con l’ammonimento.
È sbagliato anticipare il controllo repressivo su soggetti che l’ordinamento riconosce come non imputabili.
È sbagliato scaricare solo sulle famiglie le conseguenze di un disagio che è prima di tutto sociale.

Se davvero si vuole intervenire, la strada è un’altra.

Occorrono percorsi di valutazione del malessere del minore, affidati a professionalità altamente specializzate: psicologi, educatori, assistenti sociali messi finalmente nelle condizioni di lavorare. Occorrono incontri di ascolto e accompagnamento, non l’automatismo di un procedimento di ammonimento che produce solo controllo e paura.
Bisogna investire nella scuola, nei centri di aggregazione culturale e sportiva, nelle attività extrascolastiche, nel rapporto tra giovani, sport e cultura. E bisogna sostenere concretamente le famiglie più ai margini, perché è lì che il disagio cresce quando lo Stato arretra.
La sicurezza non si costruisce disciplinando i bambini, ma rafforzando la comunità educante.
Trasformare il disagio minorile in una questione di ordine pubblico è una scelta pericolosa.
E come sempre, a pagarne il prezzo rischiano di essere i più piccoli, i più fragili, quelli che il diritto dovrebbe proteggere di più.