Ci riempiamo la bocca di parità, rappresentanza di genere, pari opportunità.
Parole importanti. Parole persino solenni, perché dietro di esse c’è la nostra Costituzione e l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza sostanziale.
Ma le parole, quando non cambiano la realtà, possono diventare persino una presa in giro.
Ed è esattamente questa la sensazione che provo davanti al dibattito sulla nuova legge elettorale e sulla rappresentanza di genere.
Ci viene detto che uomini e donne devono competere alla pari.
Benissimo.
Ma “alla pari” rispetto a quale punto di partenza?
Perché è questo il grande equivoco che qualcuno finge di non vedere.
Le donne italiane hanno conquistato il diritto di voto, e con esso la piena cittadinanza politica, come elettrici ed eleggibili, soltanto nel 1946.
Ottant’anni fa.
Prima di allora la politica, le istituzioni, i luoghi nei quali si costruiva il potere e si decidevano i destini del Paese erano sostanzialmente un territorio maschile.
E ottant’anni non cancellano per magia secoli di esclusione.
Immaginiamo una maratona.
Facciamo partire un concorrente molte ore prima dell’altro. Gli consentiamo di correre indisturbato, di occupare le posizioni migliori, di costruire relazioni, esperienza e consenso.
Poi, molte ore dopo, facciamo partire il secondo concorrente.
E a quel punto proclamiamo solennemente:
“Adesso siete uguali. Che vinca il migliore”.
La chiameremmo davvero parità?
No.
La chiameremmo una gara truccata in partenza.
Eppure, quando parliamo della presenza delle donne nelle istituzioni, continuiamo troppo spesso a ragionare esattamente così.
Per decenni gli uomini hanno avuto un vantaggio storico enorme nell’accesso alla rappresentanza politica. Hanno costruito carriere, reti, leadership, riconoscibilità, posizioni di potere. E quelle posizioni, una volta conquistate, tendono naturalmente a conservarsi e riprodursi.
Non è una colpa essere uomini.
Ma sarebbe intellettualmente disonesto negare che questo vantaggio storico sia esistito e continui a produrre conseguenze.
Ed è precisamente qui che dovrebbe intervenire la politica.
Perché rimuovere gli ostacoli non significa fotografare le disuguaglianze esistenti e dichiarare che da domani siamo tutti uguali.
Significa intervenire sulle condizioni che quelle disuguaglianze continuano a riprodurre.
Per questo la questione dei capilista nella legge elettorale è tutt’altro che un dettaglio tecnico.
È politica allo stato puro.
Se il capolista è bloccato e quella posizione rappresenta una delle collocazioni decisive, se non addirittura la più sicura, per ottenere l’elezione, allora è proprio lì che deve essere garantita la parità.
Non nelle dichiarazioni.
Non nelle seconde file.
Non nelle candidature utilizzate per fare statistica.
Nei posti in cui si viene eletti.
Se davvero si vuole una rappresentanza paritaria, la soluzione è persino banale nella sua semplicità: il 50 per cento dei capilista deve essere donna.
Metà donne e metà uomini.
Punto.
Perché, se crediamo davvero che uomini e donne abbiano la stessa dignità politica, non dovrebbe esserci nulla di rivoluzionario nel pretendere che metà delle posizioni più favorevoli all’elezione siano affidate alle donne.
E invece proprio qui cominciano le resistenze.
Perché?
La risposta è forse molto meno complicata di quanto vogliamo raccontarci.
Per fare spazio alle donne bisogna liberare dei posti.
E quei posti oggi sono occupati.
Molto spesso da uomini che sono già dentro le istituzioni, che negli anni hanno consolidato posizioni, relazioni, consenso e potere e che, comprensibilmente dal loro punto di vista, non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi.
Ed eccolo allora il grande cortocircuito.
La parità piace moltissimo finché rimane un principio.
Piace nei convegni.
Piace nei comunicati stampa.
Piace nei programmi elettorali.
Piace celebrare le donne, raccontare quanto siano importanti, invocare la loro partecipazione alla vita pubblica.
Purché, però, quando arriva il momento di distribuire i posti veri, quelli sicuri, quelli che garantiscono il potere, tutto possa continuare più o meno come prima.
Questa non è parità. È rappresentazione della parità.
Ed è una differenza enorme.
Le donne non hanno bisogno di essere celebrate.
Non hanno bisogno di essere chiamate quando serve riempire una lista.
Non hanno bisogno di candidature di servizio per consentire a qualcuno di esibire percentuali formalmente impeccabili.
Hanno bisogno di stare nei luoghi nei quali si decide.
E soprattutto non accetto l’argomento secondo cui garantire alle donne il 50 per cento delle posizioni realmente eleggibili significherebbe concedere loro un privilegio.
È esattamente il contrario.
Significa correggere un privilegio storico.
Perché quando una parte della società è partita con secoli di vantaggio, mettere tutti sulla stessa linea soltanto nell’ultimo tratto della corsa non significa ristabilire l’uguaglianza.
Significa cristallizzare il vantaggio.
Le norme sulla parità servono esattamente a questo: accelerare un riequilibrio che, affidato esclusivamente alle dinamiche del potere esistente, potrebbe richiedere altre generazioni.
E allora scegliamo.
Se crediamo davvero nella parità, scriviamola nella legge là dove conta.
Se ci sono capilista bloccati, il 50 per cento siano donne.
Senza scappatoie.
Senza formule linguistiche costruite per sembrare paritarie senza esserlo.
Senza mettere la parità nelle retrovie e lasciare il potere nelle prime file.
Altrimenti almeno risparmiamoci la retorica.
Perché le donne italiane hanno aspettato abbastanza.
Hanno aspettato fino al 1946 per poter partecipare pienamente alla democrazia del loro Paese.
Non possiamo chiedere loro, ottant’anni dopo, di aspettare ancora che qualcuno decida spontaneamente di lasciare spazio.
La parità o modifica la distribuzione del potere, oppure non è parità.
È uno slogan.
E degli slogan sulla pelle delle donne possiamo finalmente fare a meno.
Non prendeteci in giro.